Dal sito huffingtonpost.it – Leggi l’articolo originale di Gianfranco Rotondi
Due eventi promossi uno da Dario Franceschini e uno dal sottoscritto, gli ultimi ragazzi democristiani presenti in Parlamento
Il tempismo è la virtù democristiana più celebrata, in questi giorni ne danno prova due iniziative che non hanno nulla in comune, se non la circostanza di cadere nello stesso fine settimana di marzo, l’ultimo, per inciso quello dopo il voto referendario sulla giustizia. Si tratta di due eventi promossi da Dario Franceschini e da me, ossia gli ultimi ragazzi democristiani presenti in parlamento. Sono le convergenze parallele de’ noantri, due iniziative distinte e separate, che però si coordinano spontaneamente in un fine settimana di orgoglio democristiano.
Partiamo da Franceschini, che fu il primo a capire che destra e sinistra democristiana non potevano più convivere, e ciascuno avrebbe dovuto fare la sua scelta (la sua fu a sinistra, coi cristiano sociali, un avamposto di quello che poi diverrà il centrosinistra e il Pd). Franceschini da un po’ ha ripreso a riunire l’ultima generazione democristiana, regalando giornate gradevoli ad ex giovanotti democristiani ormai tra i sessanta e i settanta anni (guest star l’eterno ragazzo Pier Ferdinando Casini).
Domenica 29 marzo la rimpatriata avverrà a Roma, e avrà come occasione l’anniversario della elezione di Benigno Zaccagnini alla guida della Dc, parliamo del congresso del 1976, quello in cui si contrapposero l’onesto Zac, e il mite Arnaldo Forlani, che aprì il suo intervento mostrando alla platea il palmo delle mani, e scandendo con sicurezza: “Non sono Zaccagnini, né papa Giovanni, ma le mie mani sono pulite” (pensando a ciò che accadrà nel 1992, questo ricordo dà i brividi).
Passando dalla riva sinistra a quella destra, prima dell’evento di Franceschini il fiume carsico democristiano apparirà ad Avellino, città iconica della eternità bianca. Venerdì 27 e sabato 28 marzo si aprirà ad Avellino un evento promosso dalla Democrazia Cristiana con Rotondi: l’idea è di proporre una assemblea degli esterni, sul modello di quella che si svolse il 25 novembre 1981, per iniziativa di Flaminio Piccoli, allora segretario della Dc (quella vera, per intenderci). L’idea di Piccoli era di aprire il partito al consiglio di imprenditori, intellettuali, appunto esterni. Nel 1981 il tema era il rilancio della Dc, e l’assemblea centrò l’obiettivo: la Dc durerà ancora tredici anni.
Oggi il tema è per certi aspetti più importante: è ancora attuale il progetto di un partito di ispirazione cristiana? Più ancora: il cattolicesimo politico ha ancora qualcosa da dire? O parliamo di un giacimento esaurito, magari anche per eccesso di vittoria, visto che le idee forti della Dc oggi appartengono praticamente a tutti i partiti?
È un tema che un tempo avremmo definito pre-politico: interroga i cattolici comunque collocati, a destra, a sinistra, al centro. E infatti ad Avellino interverranno personalità oggi variamente collocate. Per la prima volta ,dopo trent’anni, gli ultimi democristiani si interrogano assieme non più su dove collocarsi, ma su cosa e se abbiano ancora qualcosa da dire.
Abbiamo elaborato il lutto della divisione della Dc. Abbiamo accettato il principio che il cattolicesimo politico possa esprimersi in entrambi gli emisferi del bipolarismo italiano. Ci è più difficile accettare l’esito di queste scelte, che non è un protagonismo duplice, ma un silenzio comune: il cattolicesimo politico semplicemente non si sente più, né a destra, né a sinistra, né al centro. E qui si insinua l’interrogativo dell’assemblea di Avellino: abbiamo ancora qualcosa da dire? O siamo scomparsi perché non esprimiamo più un’idea, una visione, una proposta che giustifichi la mobilitazione del laicato cattolico? Non mi illudo che da Avellino possa venire una risposta. Mi contenterei se l’assemblea ponesse una domanda formulata correttamente, e ne scaturisse finalmente un dibattito degno della cultura politica che ha fatto grande questo Paese.




