Dal blog di Gianfranco Rotondi sul sito huffingtonpost.it – Leggi l’articolo originale
L’ANGOLO DEI BLOGGER. Il futuro della Dc è nella capacità di esserci nel tempo di Meloni e Schlein. Abbiamo un pensiero e un radicamento che ci rende ineludibili. Dobbiamo solo scegliere di rinunciare a nostalgie ed opportunismi, e giocare fino in fondo la partita dell’ammodernamento del sistema politico.
Abbiamo festeggiato il 18 aprile. Non è plurale di maestà: sabato in un gradevole teatrino romano non c’era solo la mia Dc, ultimo partito democristiano in parlamento, ma numerose associazioni, partiti, movimenti che variamente si richiamano alla Dc. Abbiamo festeggiato a modo democristiano, allegro ma litigioso, affettuoso ma puntiglioso, insomma casinaro, senza allusione, o forse sì, all’ultimo monumento vivente della Dc, Pier Ferdinando Casini.
Ma al di là delle commemorazioni, c’è un futuro per la Dc? La mia risposta è sì. Per capirne il motivo dobbiamo tornare indietro di due settimane, all’ultimo week end di marzo, in cui si sono concentrate due iniziative democristiane: la ‘Dc con Rotondi’ ha convocato per due giorni quaranta intellettuali ad Avellino, chiedendo loro se il cattolicesimo politico abbia ancora qualcosa da dire; Dario Franceschini ha invitato a Roma duecento notabili Dc variamente dislocati, per ricordare a Roma il congresso che elesse Benigno Zaccagnini segretario della Dc, nel 1976.
Le due iniziative erano collegate e coordinate. La notizia è che la guerra dei trent’anni è finita. È stata la guerra dei democristiani che si scissero rumorosamente nel 1995, con trentennale seguito di contumelie, veleni, accuse di tradimento della patria scudocrociata. La verità invece l’ha scandita Dario Franceschini in poche parole: “Oggi smettiamo di accusarci di tradimento: voi siete andati coi comunisti, voi coi fascisti, adesso basta, nessuno ha tradito perché nella Dc non c’era solo la sinistra democristiana ma anche la destra, è dunque normale che nel bipolarismo ciascuno abbia preso la sua strada, ma questo non ci impedisce di ricordare assieme la storia comune, e trarne nutrimento per scrivere pagine nuove”. Parole da statista. O quantomeno da vero democristiano.
Del resto, ben prima di Franceschini, queste cose le scriveva il mio maestro Fiorentino Sullo, nel 1972: “L’unità dei cattolici è una condizione temporanea, giorno verrà che i fascisti e i comunisti diverranno democratici e noi ci divideremo tra conservatori e riformisti”.
Il merito di Franceschini è aver ripetuto queste cose davanti a molti mamma santissima del Pd, ancora impegnati a dipingere Giorgia Meloni come una missina 3.0, e i Dc che la appoggiano come mestatori che scambiano lo scudo crociato con la fiamma.
La verità è che la Dc è finita, ma i democristiani ci sono ancora: e non mi riferisco solo agli elettori della Dc storica, che pure sono milioni di italiani tra i cinquanta e i cento anni, ossia la classe dirigente di un paese che invecchia. Mi riferisco anche ai nuovi democristiani inconsapevoli, che sono generazioni allergiche alle ideologie, annoiate dalla retorica di destra e sinistra, e potenzialmente attirate da messaggi pragmatici intrisi di una medietà che non è forzato definire democristiana.
A questo pubblico può parlare la Dc, ma deve tornare autorevole e riconoscibile. Non ce ne può esistere più una sola, ma non per questo debbono essercene ventidue. Facciamo in modo che possano rimanere in vita due posizioni politiche, a destra e a sinistra, per dirla con Sullo: conservatori e riformisti.
Dario Franceschini si è dato il compito di rappresentare questa cultura in un Partito Democratico che già vede i popolari tra i soci fondatori, e questo in parte agevola il percorso.
A destra l’identità democristiana è rivendicata esplicitamente solo dalla Dc con Rotondi, che nel 2022 ha scelto di mantenere la propria autonomia di partito, ma di collocarsi nel gruppo di FdI. Fu una scelta politica, e la rivendico. Quattro anni dopo, la rifarei. La sinistra e la destra democristiana hanno un senso se il loro lievito si deposita nelle forze che si dispongono a formare l’architrave del nuovo sistema bipolare; è velleitario pensare a un centro che eluda le scelte, e divenga fatalmente ,nella migliore delle ipotesi, un partitino marginale.
Il futuro della Dc è nella capacità di esserci nel tempo di Meloni e Schlein. Abbiamo un pensiero e un radicamento che ci rende ineludibili. Dobbiamo solo scegliere di rinunciare a nostalgie ed opportunismi, e giocare fino in fondo la partita dell’ammodernamento del sistema politico.




